Una storia raccontata dall’inizio (arrivate alla fine)

Il suono della campana scandisce le 9 del mattino. Dopo l’ultimo rintocco, le vibrazioni sonore si disperdono tra i palazzi, infilandosi nelle viuzze del centro, fino a estinguersi.

Sullo strascico della risonanza, le ciglia si separano, le palpebre si schiudono. Nel silenzio restituito, riconosco l’inizio del nuovo giorno.

Ma dove mi trovo?

Comincio a guardarmi attorno e l’ambiente mi pare familiare. Sembrerebbe la mia camera, la mia casa.

Eppure, c’è qualcosa, come un velo di nebbia, che rende tutto indistinguibile. Giro la testa e incontro una faccia svanita riflessa nello specchio. Mi sforzo di mettere a fuoco, stringo gli occhi fino a farli diventare delle fessure sottili sottili. Allora, mi vedo.

Ma c’è qualcosa, ancora, che non quadra.

Mi tolgo la coperta di dosso e mi pare di tornare a galla dopo una lunga apnea sott’acqua. Mi alzo con fatica. La nebbia tutt’attorno si è diradata, o forse l’ho solo risucchiata dentro di me. Percepisco la coltre arrotolata dietro i bulbi oculari, una nuvola densa stipata nel cranio.

Mi chino per rifare il letto, ma mi accorgo di dover cambiare programma. Lì, dove ero distesa fino a un istante prima, trovo un cerchio rossastro.

Mi volto verso lo specchio e lo sguardo si insinua d’istinto fra le mie gambe, senza esitare. La ritrovo anche lì quella chiazza di sangue. Sbuffo insofferente, constatando quello sgradevole gioco di riflessi tra il lenzuolo e le mutande.

Tiro via la biancheria dal letto, scandendo le azioni con movimenti ampi e stizziti. Mi spoglio di corsa, imprecando contro il freddo del mattino e le mestruazioni che… perché sono arrivate oggi? Inutile chiederselo.

Raccolgo i panni sporchi e li compatto in un mucchio disordinato che abbandono in un angolo della stanza, prima di chiudermi in bagno.

Per fortuna, è sabato. Basta giusto il tempo che serve a tornare al mondo, e la giornata comincia.

La nebbia, ancora, se ne sta gonfia e pesante, annidata fra i pensieri. Non sarà facile liberarmene. Un po’ d’aria fresca, ecco cosa mi serve. Fuori il cielo è grigio, ma non pioverà.

Mi preparo alla svelta e prendo la scatola con le scarpe rosse.

Quelle comode per camminare. Quelle vecchie, che ogni anno mi riprometto di buttare. Ma non mi riesce mai. Decido di indossarle anche oggi.

Mi avvio a piedi in centro. I rumori della città sono ovattati. Porto una mano verso il volto e, con l’indice, mi aggiusto gli occhiali sul naso, per assicurarmi di averli indosso. Con questa nebbia nel cervello, è come andare in giro sbronzi. Anzi, peggio. Preferirei essere alticcia – penso. Chissà se oggi basterà solo camminare un po’…

Avvicinandomi alla piazza, scorgo un’inconsueta macchia di colore ai piedi della chiesa. Una distesa di oggetti, allineati sulla scalinata di marmo, sembra formare un tappeto rosso. C’è molta gente attorno, anche se non capisco bene cosa ci fa e perché.

Appena la folla si sfoltisce, riesco a vedere cosa c’è sui gradini della chiesa. Sono scarpe rosse.

Scarpe da donna rosse.

Scarpe eleganti. Scarpe da tutti i giorni. Scarpette da bambina. Sandali. Ballerine. Stivaletti da pioggia. Scarpe per andare a lavoro. In discoteca. Per andare a fare la spesa. Per portare i figli a scuola. Per fare una passeggiata. Per la spiaggia. Per il tè con le signore del vicinato. Per una cena speciale. Per giocare al parco con altri bambini.

Scarpe rosse come le mie. Avrei potuto indossarle io.

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Oppure, la signora del secondo piano. Una delle mie amiche più care. La commessa del supermercato. Una collega di lavoro. Quella donna sconosciuta che ora è di fianco a me, a guardare quello schieramento di scarpe rosse.

Scarpe messe lì, nel cuore della città, in questo sabato mattina, perché tutti le vedano. Addossate in un angolo, perché si mostrino, ma senza intralciare la vita quotidiana.

Un messaggio manifesto ma composto, privo di molestia.

Tutti si fermano a guardare – donne e uomini di ogni età. E chissà cosa pensano.

Chissà se lo sanno che – ora mi è tornato in mente – oggi è il 25 novembre, la giornata contro la violenza sulle donne.


 

Chissà se riflettono sulle notizie che si susseguono quotidianamente su presunti molestatori, violentatori, stalker, assassini. Sulle nuove accuse che si palesano ogni giorno, attraverso ogni possibile mezzo di comunicazione esistente, dalla confidenza verbale al tweet.

Chissà se si meravigliano della straordinaria abbondanza di aneddoti che un numero cospicuo di donne sembrerebbe avere in serbo. Chi, queste storie, le tiene sotto chiave da anni; e chi, proprio in questo momento, sta vivendo la sua personalissima storia di violenza.

Chissà se si interrogano su quali siano le storie vere e quali no. Se sono infastiditi o storditi o meravigliati o diffidenti per il clamore di quest’onda dilagante di j’accuse e rivelazioni. Velate/smodate, confuse/precise, plateali/bisbigliate, credibili/mendaci, inopportune/necessarie.

Chissà se si dilettano a giudicare la morale e il comportamento altrui, a vivisezionare i casi resi noti dalle cronache, a prendere posizione per l’una o l’altra parte, avendo, comunque, pochi elementi da esaminare e, di certo, nessun titolo per farlo.

Chissà se colpevolizzano confessioni tardive, se minimizzano aggressioni e reazioni, se denigrano le presunte vittime o i presunti carnefici sulla base di argomentazioni senza fondamenti di umanità né rispetto.

Chissà se queste persone capiscono che, forse, anche loro sono stati almeno una volta dal lato del molestatore o del molestato. Magari per una “sciocchezza”, qualcosa che per molti è socialmente accettabile. Come una pacca sul culo o ancora “meno”, un complimento in un gergo colorito o persino un subdolo invito vestito di garbo.

Chissà se sanno che tante donne hanno interiorizzato la cultura di derivazione patriarcale – è lecito/normale/così da sempre. L’accettano, la predicano, la tramandano, la mettono persino in pratica, emulandone la violenza. Verso partner, figli, familiari, persone varie con cui intrecciano le proprie vite.

Chissà se, tra di loro, qualcuno crede che la violenza è violenza, ed è facile da individuare.

Ma codificare ciò che risiede sotto al campanile, nella vasta cupola di cultura sociale e forme diverse di civiltà, sia la grande sfida del presente.

Chissà se si chiedono quante sono ancora le storie sommerse delle donne. Storie che corrono su una scala infinita di abusi di gradi tanto diversi e dal perimetro estremamente labile.

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Tanti scalini quanti sono i sentimenti e le percezioni e le capacità della coscienza di ogni essere umano.

Se prendessimo in considerazione tutti i gradini, dal più basso al più alto, servirebbero scarpe per riempire le scale di ogni palazzo e ogni edificio di ogni città.

Temo che la parata di scarpe rosse non sarebbe poi così contenuta e pacata – posizionata appositamente nelle zone più in vista delle nostre città, ma in modo tale da non ostacolare lo-scorrere-delle-vite-degli-altri.

 

 

Di violenza di genere si muore e, ancor più, si vive.

Non tutte le donne finiscono nelle mani degli “orchi”, ma nessuna donna viene risparmiata dall’ingiustizia. Tutte noi siamo immerse nelle acque burrascose della prepotenza, della disuguaglianza, della “selezione di genere”.

Tutto l’universo femminile – pensieri, opinioni, azioni, diritti, doveri – viene sminuito, ri-tarato sulla bilancia della differenza di genere, dei due-pesi e delle due-misure. Molta parte di questo nostro mondo è livellato su un metro di civiltà che appare piuttosto sguarnito della prospettiva femminile.

Se il sentire comune di oggi non è frutto di condivisione, di compartecipazione, la nostra cultura non può essere ritenuta “universale”, inclusiva, né – tanto meno – paritaria.

La peggiore violenza che ci possa capitare è che donne e uomini vengano percepiti e trattati come esseri umani diversi.

E questo, non ho dubbi, è ordinaria violenza quotidiana.

 

Bollare le discussioni su questi temi sociali come “ridondanti” o “superate” è violenza.

Vivere avvinghiati ai cliché e agli stereotipi di genere è violenza.

Mostrare intolleranza o disinteresse verso un disagio dilagante è violenza.

Parlare di “fatti e persone”, senza considerare un quadro più ampio – il sistema e le sue dinamiche – è violenza.

Ostinarsi a non ascoltare, rispettare opinioni diverse dalla propria è violenza.

Sottovalutare le esigenze, le richieste, le aspirazioni delle donne è violenza.

Credere che l’uguaglianza, in questa società, si sia già realizzata è violenza.


 

Davanti alla distesa di scarpette rosse, ho perso la cognizione del tempo. Ora sento solo la rabbia e la fatica.

La stanchezza mia e delle persone che conosco, che ogni giorno fanno la propria, piccola, parte per migliorare il sistema dall’interno. Che equivale a lottare contro il muro di gomma dell’ordine costituito. E, diciamocelo, 9.5 volte su 10, devi incassare i tentativi falliti che ti tornano indietro come schiaffi.

Ho lo sguardo fisso sulle scarpe rosse. Le osservo una a una. Parlano di donne morte, di femminicidio. Gridano il dolore di un insuccesso sociale e umano collettivo.

Vorrei spazzarle via.
Vorrei cancellare l’immagine delle scarpe rosse come simbolo di violenza, oppressione, soprusi, indifferenza.

Ricordare la morte è qualcosa, forse tanto. Ma non basta. Contemplare il fallimento dovrebbe favorire la riflessione, certo. Ma restare fermi a guardare non può portare lontano. Non esiste il teletrasporto! L’unico modo per andare avanti è, inevitabilmente, camminare.

Camminare. Anziché starsene con le mani in tasca, davanti all’immobile distesa di scarpe della morte, come chi guarda i cimeli di guerra al museo.

Camminare. Vivi. A testa alta. Guardandosi negli occhi. Con il desiderio di rispecchiarsi nello sguardo dell’altro. Senza paura di instillare una luce in quegli occhi. Senza paura di lasciare un solco sul mondo, con i propri passi.


 

Riprendo a camminare per il centro, anche se non so dove andare. Stare in giro da sola mi piace. Mi porta a guardare le persone, a empatizzare con loro, in qualche modo. Anche se non le conosco.

Osservo gli sconosciuti – il mondo è fatto di sconosciuti, dopotutto. Provo a indovinare la trama delle loro esistenze. Diventa quasi come camminare nelle scarpe degli altri.

E ogni volta mi scopro a pensare che camminare nelle mie scarpe e, allo stesso tempo, nelle scarpe degli altri sia come fare doppio esercizio. Doppia fatica. Ma anche doppia scoperta. Si impara tanto, provando a calzare scarpe che non sono le tue.

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Passa un’ora e avverto la stanchezza del tanto camminare in decine di scarpe diverse – di vivi e di morti. Mi avvio verso casa e pregusto già la sensazione inebriante del pavimento freddo sotto ai piedi nudi.

Infilo la chiave nella toppa, apro il portone e davanti a me vedo la mia sala. La mia casa. Ora la vedo proprio bene, mica come stamattina. La nebbia dev’essere evaporata da qualche parte. Meglio così.

Penso che scriverò.

É tanto che non lo faccio. E a me piace scrivere solo quando ho tutte le idee in fila. Quando il trasporto è tale da farmi tremare, mentre le dita scorrono sulla tastiera.

Ho l’impulso irrefrenabile di scrivere quello che è successo stamattina.

Anche che mi sono svegliata con le mestruazioni e ho macchiato il letto?
A chi importerà? Non è forse un po’ troppo?

E poi, cosa c’è di nuovo o di diverso nel mio pensiero, rispetto a quanto già detto da centinaia di altre donne?

Probabilmente nulla.

Quello che scriverò avrà forse l’unico pregio di essere un’altra voce che rompe il silenzio.

Sarà il modesto invito a camminare nelle mie scarpe.

E allora, andrà bene così.

Raccontare non è mai una pessima idea. É condivisione, confronto, è dare la possibilità di conoscere e capire.

Ma sì, anche parlare delle mestruazioni non può essere un errore.

Del resto, le donne sono come quei libri cult che la gente dice di aver letto. Tutti a giurare di sapere come va a finire la storia, di conoscerla a menadito… E nessuno che ne abbia letto almeno l’incipit.

Ma le storie vanno lette dall’inizio.

Altrimenti, si perde completamente il significato della narrazione.

 

 

Le storie degli altri ci insegnano la nostra
La vita è una domanda
La fuga è una risposta
Tra giorni di vuoto difficili da colmare
E giorni di piena carichi da sprofondare
Ma le storie, si sa, sono i nostri sogni
E i nostri sogni, si sa, sono la nostra vita

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2 risposte a "Una storia raccontata dall’inizio (arrivate alla fine)"

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